
E' un Fini o un mezzo?
Anno VI articolo n.3735
Nel suo discorso a Mirabello Fini ha detto anche delle verità sul PdL e sul governo
Milano, 7 settembre 2010. - C’è una cosa che interessa pochissimo a tutti, appassionati come sono - tutti - solo al futuro della legislatura. È questa: se Gianfranco Fini, cioè, domenica abbia semplicemente detto il vero o no, questione che viene messa in secondo piano rispetto alle conseguenze delle sue parole e all’opportunità che le pronunciasse.

In linea di massima io penso di sì, penso che abbia detto sostanzialmente il vero al netto delle sue libere opinioni: poi nel suo discorso ci saranno state delle omissioni, ma vere e proprie balle secondo me non ne ha dette. Anzi.
Ci sono parole e parole, certo: dire che il PdL sia morto, per esempio, implica che sia mai nato. Difficile sostenerlo: la forza politica più grande del Dopoguerra, appunto il PdL, non si è neppure mai avvicinata a una sintesi formidabile di pluralità, estrazioni, radici e realtà che fossero davvero cementificate in un progetto comune: non si è avvicinata perché probabilmente non interessava a Berlusconi. Correnti e fondazioni culturali sono rimaste una bestemmia o un ornamento, il dissenso era visto come una stravaganza, la disciplina e il metodo hanno ovviato alla difficile convivenza tra il forcaiolo e il garantista, il liberista e lo statalista, il laicista e il baciapile, il nuclearista e l’ecologista, il berlusconiano e il finiano.
Partito farsaIl PdL è un partito populista e plebiscitario (non sono parolacce) anche perché questo interessa a Berlusconi, convinto com’è, per molte ragioni, che il suo charme carismatico e il consenso di cui gode siano l’unico possibile escamotage che possa risvegliare questo Paese addormentato. Direzioni nazionali, uffici di presidenza, probiviri e altri orpelli di partito: sono sempre stati una farsa, si sa. A dirla tutta, il famoso Parlamento dei «nominati» doveva rappresentare la parallela e formidabile macchina da legiferazione che spazzasse via ogni intoppo - democratico, ma terribilmente lento - che il Governo incontrasse lungo le vischiose strade della vecchia politica, laddove i decreti legge, purtroppo per Berlusconi, non si potevano proporre e approvare tutti i giorni. A dirla proprio tutta, però, sono tutte cose che Gianfranco Fini sapeva benissimo anche prima che decidesse di confluire nel PdL, suo evidente e forzato errore che in breve gli ha restituito un’Alleanza nazionale meno che dimezzata. Questa orrenda e antidemocratica legge elettorale, allo stesso modo, la votò anche lui. Se sono stati errori, non lo sono stati da poco.
Detto questo, è vera anche un’altra cosa: Fini è stato cacciato. Paradossi a parte (non era neppure iscritto al partito, dunque è come se un circolo avesse cacciato un socio che non era socio) i passaggi-chiave sono stati la direzione nazionale di aprile e l’ufficio di presidenza di luglio: in nessun partito normale viene espulso chi voti contro una mozione di maggioranza. La tesi che si sia fatto cacciare non sta in piedi, che poi lo potesse intimamente desiderare resta affar suo. È stato cacciato.
Altre cose rientrano nel soggettivo: l’opinione di Fini sul quoziente familiare, o sul processo breve, o sul lodo Alfano, era solo il condimento di ben altra pietanza politica. Anche il fatto che la Farnesina paia perlopiù una succursale del ministero del Commercio estero, ancora, sembra quasi un’evidenza, così come è un fatto innegabile che il nostro Paese intrecci degli affari con paladini dei diritti civili come Gheddafi e Putin e Lukashenko. Ma di tutte queste cose, per quanto doloroso, non importa a nessuno. A qualcuno magari interessava che Fini parlasse di Montecarlo e dintorni: ma era impensabile che potesse farlo. Piaccia o meno, il discorso di domenica potrebbe restare un importante giro di boa: difficile che volesse metterci in mezzo la cucina Scavolini e suo cognato. Gianfranco Fini del resto ha diritto di non rispondere a nessuna domanda, esattamente come poteva non farlo - e non lo fece - Silvio Berlusconi per il caso Noemi. Se poi a Fini convenga, in termini di immagine e di voti, è affar suo anche questo.
Ma il fatto che il leader di Futuro e Libertà possa aver delineato un quadro impietoso e reale - e il fatto che abbia rivendicato un ritorno della politica con la P maiuscola - non è che renda Fini più credibile in sé e per sé. Questa è un’altra cosa da dire. Una persona, cioè, potrebbe anche rigettare il cesarismo berlusconiano e condividere per filo e per segno le velleità «democratiche» di Fini: ma chi ha detto che sappia o voglia davvero realizzare ciò che dice? Il punto non è solo che Fini è stato appresso a Berlusconi per 16 anni, aspirando palesemente a sostituirlo e però senza successo. Il punto è che Fini e i finiani si appellano a un Paese più evoluto di come la politica berlusconiana lo rappresenta: e si candidano a farsene ambasciatori, non è chiaro tuttavia da quale pulpito.
Contenuti politiciNon è chiaro, cioè, se i «contenuti» politici che loro oppongono a Berlusconi - su federalismo, economia, diritti civili eccetera - siano davvero il fine e non solo il pretesto per giustificare lo strappo col PdL. L’esempio migliore, per capirci, resta quello dei temi eticamente sensibili, tipo testamento biologico, immigrazione, laicità eccetera: domenica, davanti al cuore pulsante dell’ex Msi, Gianfranco Fini non ne ha proprio parlato. Non l’aveva fatto, pure, alla direzione nazionale dell’aprile scorso: questo dopo che il suo interventismo su questi temi aveva scatenato discussioni infinite. Da quanto risulta, poi, in Futuro e Libertà non ci sono più laicisti o baciapile di quanti ne siano rimasti nel PdL, e lo stesso potrebbe dirsi, forse, per altri importanti temi e distinguo politici: non è che nella neonata compagine di Fini, per dire, ci siano più sudisti, meno federalisti, più legalisti e insomma ci sia una destra intrinsecamente diversa da quella che hanno lasciato. Da qui il più semplice dei timori: che le idee possano essere soltanto la scenografia di una banale, banalissima lotta di potere.
Filippo Facci
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Solidarietà ai Lavoratori Orvea
Anno VI articolo n.3729
La parola ai lettori
Trento, 6 settembre 2010. - Caro Direttore, siamo i lavoratori dell’ OR.VE.A. e Le chiediamo 5 minuti del Suo tempo per ascoltare la voce di quanti cercano di opporsi ai licenziamenti, difendere la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici che da anni hanno servito la clreintela con professionalità.

Oggi la Direzione vuole ridurci il già misero stipendio e per raggiungere questo risultato non ha esitato a mettere sul piatto 25 licenziamenti cercando, così, di nascondere la proprie responsabilità per la difficile situazione del bilancio aziendale.
Noi non possiamo cedere al ricatto fra salario e occupazione. Le responsabilità sono e rimangono della Direzione Orvea, la quale non può pretendere che siano solo i lavoratori a pagare il conto di scelte e investimenti sbagliati (vedi Rovereto) decisi unilateralmente dall'azienda.
Noi, come lavoratori e sindacato, abbiamo proposto di affrontare questa difficile situazione con il ricorso ai Contratto di Solidarietà .
Uno strumento che avrebbe permesso di ridurre i “costi” e garantire l'occupazione e le necessarie flessibilità richieste dall'Orvea. Ma l'arroganza di questa Direzione non ha permesso di raggiungere un accordo in quanto l'azienda continua ribadire che le scelte rimangono due: O 25 licenziamenti o rinunciare ad una parte consistente del nostro già misero salario derivante dalla contrattazione aziendale.
Come lavoratori intendiamo portare a Vostra conoscenza questa realtà aziendale che, spesso la Direzione vorrebbe nascondere, ma nello stesso tempo Vi chiediamo una firma a sostegno della nostra lotta per difendere il lavoro e la dignità.
Per questo Le chiediamo di essere solidale con questa lotta, che oggi riguarda noi, ma che domani potrebbe riguardare anche tuoi figli.
I delegati aziendali - la Filcams Cgil – Fisascat Cisl
Trentino Libero pubblica molto volentieri la lettera dei Lavoratori dell'Orvea. Chi paga la crisi è il lavoro, mai il capitale. Ecco perché siamo sostenitori da sempre della "terza via", antagonista alla lotta di classe e al capitalismo.
Il capitale deve servire il lavoro, non viceversa. Esprimiamo ai lavoratori dell'Orvea e a chi ha perso il lavoro o è in cerca di lavoro la nostra più partecipata solidarietà. Claudio Taverna
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E' morto il prof. Bruno Passamani
Anno VI articolo n.3694
Uomo di grande cultura che ha ricoperto incarichi prestigiosi a livello museale
Trento, 10 agosto 2010. - E' morto il prof. Bruno Passamani. Studioso di fama, docente di lettere in vari Licei del Trentino e all'Istituto Tecnico Antonio Tambosi di Trento, ha ricoperto prestigiosi incarichi dirigenziali a livello museale.

Nel 1964 vinse il concorso come Ispettore nei Musei Civici di Brescia. Nel 1976, dopo aver superato il concorso per Ispettore Generale del Settore Beni Culturali della Provincia Autonoma di Trento, diresse il Castello del Buonconsiglio, dove non solo coordinò importanti interventi di tutela, ma organizzò anche grandi mostre, come “Restauri e nuove acquisizioni” e quella dedicata a “Fausto Melotti”.
Nel 1978 vinse il concorso di Direttore dei Musei Civici di Arte e Storia a Brescia.
Dal 1992 al 1998 fu presidente del comitato scientifico del Castello del Buonconsiglio e con lui furono allestite mostre di grande successo: a partire da gli “Ori delle Alpi”.
Oltre trecento le sue pubblicazioni, dedicate soprattutto ai grandi maestri rinascimentali bresciani, Romanino, Savoldo, ma il professor Bruno Passamani fu autore anche di numerose monografie di artisti che hanno scritto la storia dell’arte trentina.
Fondamentale, inoltre, il suo ruolo nel comitato scientifico del Castello del Buonconsiglio, soprattutto per i preziosi consigli e per la sua opera di mediazione con le istituzioni museali nazionali e internazionali.
Claudio Taverna, lo ricorda così ”
Il prof. Bruno Passamani fu mio insegnante di lettere quando tanti anni fa, frequentavo la prima classe ragioneria all'Istituto Antonio Tambosi di Trento, nell'anno scolastico 1964/1965. Proprio, in quell'anno, il prof. Passamani vinse il concorso che lo portò a Brescia a dirigere i Musei Civici e dopo assolse in Trento e a Brescia prestigiosi incarichi dovuti alla sua sapienza e cultura artistica. Dunque fu mio insegnante per un breve periodo; tuttavia, ebbi modo di apprezzarlo per la sua carica umana e per la sua capacità di catturare l'attenzione di noi studenti con lezioni semplici ma di grande spessore. Il Trentino e la cultura perdono un Uomo di grande levatura. Esprimo ai familiari il senso del più profondo cordoglio di Trentino Libero e mio personale.”
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